Comunità educative per adolescenti - pt. 2

Aggiornamento: 25 feb

Il testo che segue è la seconda parte del discorso relativo all'estensione della Consultazione Partecipata nelle comunità - contesto "nativo" del metodo. Dopo aver brevemente presentato questo tipo di servizi, qui mi dedico finalmente a ripercorrere l'origine dell'estensione.



Posso supporre che, a questo punto, a ogni lettore e lettrice del blog sia chiaro che il metodo di Dina Vallino è stato esteso innanzitutto nelle comunità educative per adolescenti. Forse, però, non è così palese che questa estensione è stata concepita e realizzata in due comunità ben precise.

Ed è proprio da lì che dobbiamo partire: da due strutture situate in Lombardia che ospitavano ciascuna dieci adolescenti maschi - ragazzi in difficoltà familiare e/o personale con decreto di allontanamento, ragazzi autori di reato inviati dal Centro di Giustizia Minorile, ragazzi privi di mezzi materiali e morali perché minori stranieri non accompagnati.

All’interno di queste comunità, le due équipes educative seguivano già un metodo di lavoro specifico, che aveva come punti cardine: l’utilizzo delle risorse presenti sul territorio, la costruzione di un’etica dei limiti e dei legami, il coinvolgimento dei genitori nel percorso educativo.


Per quanto riguarda il terzo punto, l’indicazione metodologica era di rendere i genitori co-autori dei percorsi dei figli. Questa indicazione trovava il suo principale “strumento” di applicazione nelle visite protette - incontri quindicinali, di due ore, tra i ragazzi e i loro famigliari, alla presenza di un educatore.

Gradualmente, si passava poi alle libere uscite sul territorio e infine ai rientri a casa da parte dei ragazzi, anche con pernottamento. Una volta concluso il periodo delle visite in comunità, però, l’équipe manteneva ancora i contatti con i famigliari, ricercando il confronto e rinsaldando la collaborazione, e così valorizzando il ruolo dei genitori nel progetto educativo.



Estendere la Consultazione Partecipata alle comunità educative per adolescenti è stata un’ipotesi di lavoro formulata dalla stessa Dina Vallino, in seguito all’incontro con Barbara Friia, allora responsabile delle due strutture suddette.

Dal 2015 al 2019, quindi, le équipes educative delle comunità hanno sperimentato questo nuovo approccio. Il lavoro prevedeva tre momenti: l’incontro protetto in comunità; la scrittura di un protocollo; la discussione del protocollo nell’ambito di un apposito gruppo di lavoro.


Le visite dei familiari in comunità costituivano le occasioni per l’esercizio del metodo.

Questi momenti erano volti a ripristinare la relazione genitori-figlio e a ristabilire tra loro un dialogo autentico. Durante gli incontri, infatti, si cercava di riaccendere una comunicazione familiare perduta. L’educatore aveva quindi il compito di “tradurre” la dinamica relazionale e/o l’atmosfera emotiva che vedeva generarsi nel qui e ora dell’incontro, allo scopo di mostrare (e trasmettere) un nuovo modo di sentire e di so-stare.

Poi, concluso l’incontro, l’educatore redigeva un verbale.

Questo scritto costituiva una “memoria” sia di quanto accaduto (i saluti, i vari momenti, i discorsi, i suoi interventi) sia di quanto osservato e percepito (gesti, sguardi, posture, clima, impressioni, emozioni). Pertanto, il verbale era utile innanzitutto all’educatore stesso, per rielaborare l’incontro; e in seguito ai colleghi, per ricavare informazioni importanti. Di tutto ciò che emergeva dal verbale, infatti, occorreva tenere conto nell’incontro successivo, in modo da garantire la continuità nel lavoro con la famiglia anche se a partecipare alle visite non era mai lo stesso educatore ma, semplicemente, quello in turno quel giorno.

La continuità era però garantita anche, parallelamente, dall’elaborazione di un pensiero continuo, co-costruito durante momenti di discussione di gruppo dedicati.

Circa una volta al mese, gli educatori e i coordinatori delle due comunità si incontravano, insieme alla dott.ssa Friia, per leggere i verbali degli incontri e discuterli. La condivisione allargata, lo sguardo del gruppo, conduceva a notare elementi nuovi e diversi, fare collegamenti inediti, costruire ipotesi più libere. E, parallelamente, a osservare in modo più distaccato e critico l'operato di chi aveva condotto l’incontro.

Tutto ciò esitava in considerazioni volte a sviluppare e migliorare il lavoro con le famiglie, in suggerimenti ai singoli educatori per la crescita professionale di ognuno, ma anche in decisione pratiche relative a interventi da attuare o al progetto più ampio.


Quali sono gli ingredienti della Consultazione Partecipata che sono stati trasposti nel lavoro con le famiglie all’interno delle comunità educative per adolescenti? Gli stessi già menzionati per gli incontri a Spazio Neutro e per l'educativa domiciliare: le regole fondamentali della CP come indicazioni da dare ai genitori; la separazione tra gli incontri congiunti e i colloqui con i soli genitori; la richiesta ai genitori di portare dei documenti affettivi; la concezione dei genitori come "più stretti collaboratori" dell'educatore; i concetti di atmosfera emotiva, rêverie ed epochè.



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