Le consulenze di supporto genitoriale

Aggiornamento: 28 ott 2021

Questo articolo costituisce la trascrizione, più o meno fedele, dell'episodio 1 del mio podcast Nel frattempo



Chi è e cosa fa un’educatrice professionale? E, soprattutto, che cosa sono le consulenze educative e perché possono essere utili?

Potremmo dire che qualsiasi adulto è anche un educatore. Genitori, nonni, zii, insegnanti, oppure allenatori, animatori, il don della parrocchia e così via.

Ciò che differenzia questi adulti da, per esempio, me è che io faccio l’educatrice di professione. Per questo si dice di me che sono un’educatrice professionale. Per fare questo lavoro ho seguito un apposito percorso di studi (che a dire il vero nel mio caso è stato piuttosto ampio e tortuoso, visto che ho tre lauree). Quindi ciò che fa di me un’educatrice professionale sono la mia laurea in scienze dell’educazione e le mie successive specializzazioni, per esempio nel supporto alla genitorialità. Cioè: ho studiato, mi sono formata, ho acquisito delle competenze eccetera eccetera per poter svolgere questo mestiere.


E in cosa consiste questo mestiere?

Oggi mi voglio concentrare in modo specifico sulle consulenze educative di supporto alla genitorialità, perciò tralascio gli altri miei servizi e soprattutto evito di fare riferimento a una descrizione più generale del lavoro educativo. Questo perché i contesti nei quali possono lavorare gli educatori professionali sono davvero tantissimi e peraltro non sono rivolti solo a bambini e famiglie, come spesso si crede.

Ha senso richiedere una consulenza educativa – oppure un percorso di più consulenze, a seconda dei casi – quando:

  • si hanno curiosità, dubbi, preoccupazioni, timori riguardanti lo sviluppo del proprio bambino, o anche figlio più grandicello, in età puberale o adolescenziale;

  • si sperimentano delle fatiche nella relazione genitore-figlio, delle difficoltà, un senso di colpa, un senso di inadeguatezza;

  • non si riesce a far fronte a una situazione specifica, qualcosa che ha comportato un cambiamento nell’assetto familiare, magari l’arrivo di un fratellino, un trasferimento, una separazione;

  • non si riesce a costruire un proprio stile educativo o forse ci sono grandi differenze e divergenze tra i due genitori nel modo di concepire e di esercitare il proprio ruolo;

  • ci si sente inefficaci sul fronte comunicativo, quindi si ha la sensazione di non riuscire a ingaggiare un dialogo, di non capire il proprio figlio o di non farsi capire da lui.

Ecco, queste sono tutte situazioni in cui può essere utile una consulenza o un percorso con me o, chiaramente, anche con un altro educatore/educatrice professionale.


Spesso, per non dire sempre, i genitori si aspettano che io dia consigli, che possa dispensare soluzioni immediate o almeno fornire delle indicazioni precise su come comportarsi. Infatti, la domanda che solitamente accompagna la descrizione del problema è proprio: “che cosa devo fare?”

Comprendo bene il bisogno che c’è dietro questa domanda, poiché tutti necessitiamo di certezze. Ma il modo in cui io posso esservi davvero utile, in realtà, è quello di aiutarvi ad attivare un processo che poi porterete avanti da soli, in modo autonomo e spontaneo.

Innanzitutto, perché ogni individuo è unico e ogni famiglia è diversa dalle altre, quindi non esistono risposte universali, valide per tutti i genitori. Poi c’è anche il fattore temporale: le situazioni e le relazioni sono sempre dinamiche, si modificano di continuo, un po' perché i figli crescono e un po’ perché la vita fa il suo corso. Quindi la soluzione valida in questo momento potrebbe non essere più valida tra qualche anno, ma magari nemmeno tra pochi mesi. L’ultimo aspetto, fondamentale, riguarda lo scarto tra la teoria e la pratica. Cioè: non vi basta sapere che sarebbe più efficace fare in un certo modo per riuscire effettivamente da subito a fare in quel modo. Ecco perché darvi consigli, proporvi strategie, insegnarvi metodi, per quanto sicuramente meno impegnativo e forse più breve, sarebbe debole. Per far sì che qualcosa funzioni nella pratica, tanto più nella vita quotidiana, bisogna andare a fondo, quindi comprendere, rielaborare e poi sperimentare, interiorizzando i concetti e adattandoli alla propria situazione. (Il che ovviamente non significa che io non vi darò mai dei suggerimenti, dei compiti, degli esercizi, anzi, questi elementi sono essenziali perché vi servono ad allenarvi, a mettervi in gioco.)


Dicevo prima che il mio intento è sempre quello di avviare un processo. Quindi è come se io facessi accanto a voi i primi passi di un percorso che poi proseguirete da soli. Se sarò stata brava nel mio lavoro, non avrete bisogno di me a lungo.

Vediamo quali sono i tre passi che facciamo insieme. Ora io vi dico che la parte di percorso con me consiste in tre passi, ma questa ovviamente è un’astrazione, non significa né che ci vedremo tre volte – potrebbero essere di più o di meno – né che queste tre tappe saranno una divisa dall’altra – anzi, spesso sono collegate e mescolate tra loro.

Il primo passo è il passaggio di conoscenze. Cioè: vi racconto come funzionano il cervello, il corpo, il sistema nervoso, le emozioni, le relazioni all’età di vostro figlio. Questo fa sì che voi possiate capirlo meglio e diventare più consapevoli del vostro approccio. Il principio che sta alla base di questo primo passo è semplicissimo: se sappiamo definire il nostro ruolo di adulti in funzione della tappa dello sviluppo dei nostri figli, allora tutto diventa più semplice.

Il secondo passo è l’indagine dei significati. Che in estrema sintesi consiste nel calare le nozioni generali sullo sviluppo nella situazione specifica della vostra famiglia, nella relazione che avete con vostro figlio. Si tratta proprio di iniziare un piccolo viaggio alla scoperta di voi stessi come genitori e alla scoperta del vostro bambino o adolescente. Il presupposto di base, qui, è che io sono un’esperta dello sviluppo, ma che gli esperti del figlio sono sempre i genitori, quindi siete voi, ed è senz’altro preferibile che lo troviate voi, l’approccio migliore per il vostro bimbo, perché con i figli non esistono giusto e sbagliato universali.

Il terzo passo è lo sguardo di lungo termine. Che cos'è? E' la consapevolezza che ciò che state costruendo adesso durerà nel tempo, diventerà parte della personalità di vostro figlio e del bagaglio con cui poi uscirà di casa per andare nel mondo. È probabile che all’inizio sarà molto difficile abbracciare una prospettiva di lungo termine, perché viviamo in una società che ci spinge ad andare sempre di fretta, a concentrarci sul qui e ora. Ma con un po’ di allenamento potrete pian piano prendere l’abitudine di allungare il vostro sguardo e ne sperimenterete anche i benefici, per esempio riuscire a tollerare meglio gli errori, abbassare il livello di ansia da prestazione, passare oltre il senso di colpa.




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