Di una certa difficoltà

Aggiornato il: apr 7

Una delle prime poesie che ho scritto sul mio lavoro, in uno di quei (periodici, ciclici) momenti di sconforto che agli inizi mi prendevano quando mettevo a fuoco la distanza, lo scarto esistente tra i valori e i principi per i quali lottavo e i messaggi socialmente imposti e/o approvati.



Come lasciamo andare

le mani dei bambini

come offriamo doni facili

in cambio del tempo

per curarci le ansie e la carriera

e poi come li perdiamo i ragazzini

nel fondo delle bottiglie

e degli schermi luminosi


Che non sappiamo parlare

nei nostri discorsi di malati

e di pubblicitari

e negli shop on line

o negli uffici reclami

siamo poi sempre in sala d’attesa

– ché accontentarsi è peccato

e la fretta fa arrivare


Ma quanto è facile la moda

comprare la sicurezza

anche nei supermercati

e scordare dispiaceri e colpe

e insonnie e solitudini

che non prendono like

– meno facile è dire io

senza il pubblico in tasca


E come mangiamo poi

ma come ci mangiano

gli scarti gli eccessi le luci

e come vomitiamo poi

nelle rabbie di tendenza

o davanti ai linciaggi in tv

Come ci battiamo il petto

nel tracciare confini


Che non sappiamo più pregare

col nostro rifiuto di fermarci

Non ci inginocchiamo più

neanche di fronte al cielo

o ai risvegli crudeli

delle madri e degli infermieri

dei migranti che han passato il mare

delle puttane offese e dei bimbi soli


E quanto è difficile non disperare

davanti al volto di Giona del mondo

– gonfio d’amore e disperazioni –

quanto è difficile consolare

fare crescere ricini sotto il sole

indossare ogni giorno

questo stupido feroce lavoro

che è poi l’unico modo mio



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