Educazione positiva

Aggiornamento: 15 set 2021

Questo articolo costituisce la trascrizione, un po' rivisitata ma comunque fedele, dell'episodio 7 del mio podcast Nel frattempo



Cos’è l’educazione positiva o genitorialità positiva? Ne sentiamo tanto parlare, ma siamo sicuri di sapere di cosa si tratta?

Oggi vi espongo il mio punto di vista sull'educazione positiva. Poiché l'educazione positiva è un campo piuttosto vasto, i cui riferimenti teorici sono molteplici, mi sembra importante precisare fin dall'inizio che il mio proposito è quello di andare oltre le singole teorie per identificare il nucleo.


Per quanto mi riguarda, l’incontro con l’educazione positiva è avvenuto circa sette/otto anni fa, quando ho iniziato ad approfondire lo studio della psicoanalisi, in particolare di quella infantile. I primi autori su cui ho "appoggiato" il mio approccio pedagogico sono stati Bion, Winnicott e Bowlby. Poi ho letto gli studi di Spitz e i saggi di Ferenczi, finché qualche anno dopo ho preso a frequentare assiduamente l’opera di Dina Vallino. Parallelamente ho studiato la teoria dell’attaccamento nella sua evoluzione, quindi da Bowlby fino alle concettualizzazioni più recenti.

Ovviamente questo è il mio quadro teorico di riferimento! In generale, per quanto riguarda l'educazione positiva, gli autori sono molti, e credo che sia davvero importante che ognuno si scelga i suoi, cioè quelli che sente più in linea con la sua sensibilità, il suo pensiero, le sue modalità relazionali. Io per me ho scelto la teoria dell’attaccamento, ma sono altrettanto valide la comunicazione non violenta, la genitorialità rispettosa, la grammatica delle emozioni e così via.

Non ci sono teorie più "giuste". E infatti, quello che voglio fare è proprio cercare di superare le differenze per individuare il nucleo dell’educazione positiva, in modo da poterne una definizione di base, cioè una definizione minima, che trascenda le specificità delle varie teorie. E' semplicemente un mio tentativo, che faccio basandomi sulle mie conoscenze, la mia pratica lavorativa e le mie riflessioni, e che pertanto non porterà a una qualche definizione “ufficiale". (Per questo, mi auguro di avviare un dibattito o quanto meno dei confronti).


  • Innanzitutto, l’educazione positiva rifiuta la violenza, la coercizione e le punizioni.

E qui faccio un affondo, anzi una precisazione e un affondo. La precisazione è questa: regole, limiti, ruoli – insomma, i confini – ci sono. Il fatto che si scelga di non ricorrere a certe modalità disciplinari non significa affatto che si conceda tutto, si lasci fare, si arrivi al lassismo. Ma lo vedremo meglio più avanti.

L'affondo è che la necessità di evitare punizioni fisiche e altri atteggiamenti degradanti e svalutanti è stata convalidata da numerose ricerche, ma è stata anche stabilita dalla Convezione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, che è lo strumento normativo internazionale che sancisce i diritti fondamentali dei minori. Tra i diritti fondamentali ci sono: venire riconosciuti come esseri umani a pieno titolo, vedere rispettata la propria dignità, poter esprimere la propria individualità, poter manifestare le proprie opinioni, essere protetti contro ogni violenza. La Convenzione riconosce ai bambini e agli adolescenti questi diritti anche all’interno del contesto familiare. Quindi, di fatto, la Convenzione stabilisce alcune linee guida pure per i genitori. E ci tengo a dirlo perché credo che sia significativo il fatto che alla base della non violenza (cioè della scelta non schiaffeggiare, non sculacciare, non isolare, non offendere, non minacciare etc) c’è il rispetto dei diritti fondamentali dei minori.

  • In secondo luogo, le varie teorie afferenti all'educazione positiva prendono in considerazione le tappe dello sviluppo.

Cosa vuol dire? Vuol dire che queste teorie si appoggiano ai principi dello sviluppo, in primis per proporre un’idea di bambino e un’idea di adolescente più veritiere, e poi per proporre un’idea di genitore meno adulto-centrica, in quanto figura che risponde ai bisogni dei figli, ai bisogni che si modificano in base all'età.

  • Un’altra caratteristica dell’educazione positiva è la centralità della relazione tra genitore e figlio, l’importanza attribuita alla qualità del legame.

Legame che non viene concepito come statico e immutabile, ma anzi come soggetto al cambiamento. Quindi: la relazione è forte, stabile e sicura, però si modifica man mano che il figlio cresce e, quindi, man mano che la funzione genitoriale di sostegno allo sviluppo si rimodula.

  • L'attenzione alla qualità del legame è connessa a un altro aspetto: l’assenza di modelli assoluti, cioè l’idea che l’educazione si declina in funzione delle caratteristiche personali del genitore (storia di vita, carattere, valori e ideali, predisposizioni etc) e in funzione del figlio (età, temperamento, bisogni, risorse, gusti etc).

L’educazione positiva, infatti, non è un metodo, ma piuttosto un approccio. Ci sono autori che propongono tecniche o strategie e autori che si limitano a stabilire principi di base. In ogni caso, però, nessuno concepisce la pratica in modo rigido. Proprio perché viene riconosciuta l’unicità di ogni individuo e la specificità di ogni situazione, di ogni famiglia, di ogni relazione.

Infatti, in molti autori troviamo anche espressa l’idea che ogni genitore è esperto del suo bambino e che sta facendo del suo meglio per quel che gli è possibile in quel momento. In quest’ottica il sostegno alla genitorialità è un processo che fa leva sulle risorse che la mamma e/o il papà già possiedono e quindi che è finalizzato a risvegliare la consapevolezza del loro potenziale, in modo tale che si riapproprino della loro funzione.


  • Infine, l’educazione positiva, nelle sue varie concettualizzazione, tiene insieme la normatività e l’affettività.

E qui riprendo ciò che dicevo all'inizio: la capacità del genitore di porsi come guida, di stabilire regole e di farle rispettare, di dare dei limiti, di veicolare dei modelli di comportamento sociale e morale è fortemente connessa alla sua capacità di creare un ambiente affettivamente connotato, di rassicurare il figlio sulla sua amabilità, di porsi in un modo che sia rispettoso, accogliente, empatico. Quindi normatività e affettività sono come due parti di un intero, due facce della medaglia.


Questi cinque elementi costituiscono, secondo me, una definizione minima dell’educazione positiva e mi auguro che avrete voglia di condividere con me pensieri, esperienze e studi.

Lo spero fortemente, perché sono convinta che sia importante che i professionisti e i genitori che vogliono superare l'educazione professionale si costituiscano come un fronte compatto, in quanto è l'unico modo che abbiamo per arrivare a contaminare pian piano sempre più persone.




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