Falsi miti e stereotipi sulla libera professione

Aggiornamento: 28 ott

Questo breve testo, con il quale inauguro una nuova categoria del blog, è una rielaborazione sintetica di un diretta instagram con la collega Ylenia Parma



Se state pensando di avviare una vostra attività, o se siete da poco freelancer, può esservi di grande beneficio riconoscere gli stereotipi che riguardano la libera professione, per liberarvene.

Con Ylenia ne abbiamo identificati sette, quattro generali e tre specifici del campo pedagogico. Vediamoli.

  • Estremamente diffusa e pervasiva è la narrativa che presenta la transizione alla libera professione come un passaggio brusco. Questa narrativa è per lo più implicita e viene veicolata attraverso il linguaggio, cioè usando termini ed espressioni come "fare il salto", "lanciarsi", "buttarsi"...

Il lessico è quello delle avventure e delle imprese. Richiama in noi l'idea del rischio e del coraggio, di un cambiamento radicale e di una decisione irreversibile, ma anche dell'improvvisazione.

Invece la costruzione di una propria attività è un percorso, che non inizia con l'apertura della partita iva, ma ben prima. La "partenza" del percorso è una fase esplorativa e orientativa, durante la quale ci si informa, si analizza, si calcola, si valuta. Dopo di che si definisce il proprio progetto, e solo infine si procede all'avvio vero e proprio.

I preparativi, quindi, sono fondamentali e implicano sia una riflessione su di sé sia un'analisi di sostenibilità del business che si ha in mente.

Altro che jump! Il passaggio alla libera professione è una transizione graduale.

  • Strettamente connessa alla narrativa del fare il salto è l'idea della contrapposizione e dell'inconciliabilità tra lavoro autonomo e lavoro subordinato.

Di certo le differenze tra le due modalità esistono e sono profonde. Questo però non significa che una escluda altra. Al contrario, sono tante le persone che lavorano parallelamente come liberi professionisti e come dipendenti di un ente o azienda. E alcune continuano così a lungo, perché non è obbligatorio scegliere definitivamente una delle due opzioni.

Per altro, l'affiancamento (in questo caso temporaneo) delle due modalità può anche avere una funzione importante nella transizione. Da un lato, consente di sperimentarsi in sicurezza; dall'altro, permette di fare più gradualmente gli investimenti economici necessari. (Perché no, per avviare un'attività che consiste nell'erogazione di servizi non servono da subito grandi quantità di denaro.)

  • Un altro stereotipo estremamente diffuso è quello secondo il quale per poter esercitare la libera professione occorre possedere determinate caratteristiche personologiche.

Questa retorica è pericolosa perché genera facilmente incertezza, vissuti di inadeguatezza, senso di colpa, talvolta fino alla rinuncia aprioristica.

Di fatto, non si sa quali siano queste fantomatiche attitudini a garanzia del successo. Anche perché esistono molti modi di fare imprenditoria e di svolgere la libera professione.

Se è innegabile che siano necessarie alcune competenze - che in parte si differenziano, appunto, in base al modello di business e agli obiettivi - è anche vero che queste competenze si possono apprendere, allenare e rafforzare. Tanto più che, come freelancer, ci troviamo a fare cose così varie e diverse, che sarebbe impossibile essere bravi in tutto per semplice fortunata predisposizione.

  • Apparentemente opposta, ma in verità frutto della stessa mentalità, è la retorica del "se ce l'ho fatta io, puoi farcela anche tu".

Si tratta di un messaggio illusorio perché veicola l'idea che avviare una propria attività sia cosa facilmente alla portata di chiunque. Come se le condizioni di partenza, le conoscenze e competenze, i mercati di riferimento, gli obiettivi etc fossero gli stessi per tutti. E come se non fossero richiesti impegno, fatica e pazienza.

  • Nel nostro campo, assistiamo al diffondersi di una narrativa che fa della libera professione la panacea di tutti i mali.

La partita iva viene proposta come la soluzione alle condizioni di lavoro difficili e agli stipendi inadeguati; talvolta come lo strumento per l'emancipazione dalle cooperative.

Ma che il lavoro autonomo sarà meglio, e da subito, non è certo. Soprattutto se si inizia spinti dall'emozione e senza un piano.

L'avvio di una propria attività è un percorso, che implica anche errori, difficoltà, dubbi e frustrazioni. Lavorare meno per guadagnare di più, oltre a essere difficilmente realizzabile nell'immediato, costituisce una motivazione debole, che non ci sostiene nel tempo.

Per fare fronte alle (nuove) criticità ed impasse tipiche della (nuova) condizione di freelancer serve una motivazione forte, che non sia tanto pratica, quanto ideale.

  • Tuttavia, sembra esserci un aspetto al quale nemmeno la libera professione offre "soluzione": il senso di inferiorità (o la competizione) verso altre professioni.

La narrativa della panacea di tutti i mali, insomma, si scontra con l'idea che avere clienti sarà difficile, perché le professioni pedagogiche sono ancora poco conosciute e la tendenza è quella di ricorrere al supporto psicologico o alla psicoterapia.

E' un'idea tanto scorretta quanto limitante. Limitante perché ci impedisce di mettere a sistema la nostra specificità e di creare una rete professionale di supporto e collaborazione. Scorretta perché la notizia dell'esistenza delle professioni pedagogiche sta iniziando a correre e perché, in verità, a molte persone non importa tanto conoscere il nostro titolo di studio quanto sentire che saremo in grado di rispondere al loro problema.

  • C'è poi la convinzione diffusa che la libera professione sia appannaggio di pedagogisti e pedagogiste, che per lavorare con partita iva sia necessaria la laurea magistrale.

Ebbene sì, anche educatori ed educatrici possono lavorare come freelancer. Non solo: la presenza di due professionalità diverse costituisce, da tutti i punti di vista, un vantaggio e un arricchimento.

Questo non significa che la laurea triennale sia sufficiente (personalmente, credo di no!) ma che si può scegliere di specializzarsi anche su tematiche e aspetti inerenti il lavoro educativo.


Spero che questa carrellata possa fornirvi qualche spunto di riflessione e, soprattutto, ispirarvi a cercare anche i vostri pregiudizi e le vostre credenze sulla libera professione.




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