Genitorialità

Aggiornamento: 28 ott

Questo articolo costituisce la trascrizione, più o meno fedele, dell'episodio 4 del mio podcast Nel frattempo



Di cosa parliamo quando parliamo di genitorialità?

Questo tema mi è molto caro, sia perché il supporto alla genitorialità adesso è la mia attività principale sia perché la mia decisione di diventare libera professionista è nata proprio dalla volontà di lavorare in modo diverso con le famiglie e con i genitori.

Quello che vorrei fare è semplicemente abbozzare una definizione, ovviamente dal punto di vista che mi è proprio, che è quello psico-pedagogico. Lo esplicito perché del concetto di genitorialità si sono occupate, e si occupano, diverse discipline – pedagogia, psicologia, sociologia, antropologia culturale, etologia, giurisprudenza etc – e quindi qui mi sarebbe impossibile fare un’analisi che tenga conto di tutti questi punti di vista.


Iniziamo prendendo il dizionario (il mio è quello della Treccani) e leggendo la definizione di genitorialità: “la condizione di genitore e, anche, l’idoneità a ricoprire effettivamente il ruolo di padre e di madre”. Ecco, questa è più o meno la definizione standard, che potete trovare ovunque, tutt’al più accompagnata alla specificazione che questa “condizione di genitore” può cambiare, anche in modo significativo, in base alle epoche storiche e al contesto socio-culturale.

È incontestabile che questa definizione standard sia corretta: è esatta, non contiene nulla di sbagliato. È però senz’altro una definizione che avvertiamo come incompleta, che ci sembra riduttiva e semplicistica, e quindi in qualche modo la sentiamo stonata.


Guardata da una prospettiva più pedagogica, la genitorialità può essere descritta, invece, come il processo di promozione e di sostegno dello sviluppo – fisico, cognitivo, affettivo, sociale e relazionale – del figlio, dalla prima infanzia fino all’adolescenza, ma anche oltre, fino all’età adulta. In quest’ottica, la genitorialità fa quindi riferimento non solo alla generatività, cioè alla relazione biologica con il figlio, ma anche al processo di accudimento e di accompagnamento alla crescita.

Però, andando un po' più a fondo, la genitorialità è un processo che non riguarda soltanto il rapporto con il figlio, ma anche il rapporto con se stessi, con il partner e con l’ambiente, inteso anche con ambiente fisico. Perché diventare genitore implica pure, in un certo modo, ridefinire la propria identità personale e il proprio mondo relazionale.

Per esempio, ci sono tutta una serie di cambiamenti organizzativi da mettere in atto: l’adeguamento della casa in modo che possa accogliere il nuovo nato; una modificazione delle attività domestiche e familiari in funzione delle responsabilità verso il bambino; l’adattamento dei tempi e dei ritmi della quotidianità in modo che siano conciliabili con la cura, l’accudimento, l’educazione. E questi accomodamenti organizzativi sono strettamente interconnessi con accomodamenti di tipo relazionale. La creazione di uno spazio fisico adeguato di solito va di pari passo con la creazione di uno spazio interiore, mentale e affettivo, di accoglienza; e la rimodulazione dei tempi e delle attività di solito è accompagnata dalla attivazione di una rete relazionale, di parenti e di amici, che abbia in qualche modo una funzione di supporto.

Ci sono davvero tanti aspetti. Vorrei citarne ancora uno. Un'operazione ricorrente tra i genitori è quella di ripensare il rapporto con i propri genitori, in particolare analizzando e reinterpretando le cure, l’affetto e l’educazione ricevuti, spesso mettendo a tema anche i cambiamenti storici, sociali e culturali avvenuti nel frattempo, nel passaggio da una generazione all’altra. Questa operazione mentale in qualche modo contribuisce alla costruzione delle rappresentazioni che ci si fa di se stessi come genitore e del proprio bambino come figlio.

Gli aspetti che ho menzionato sono parte dell'esperienza e del vissuto di molti genitori, a prescindere da quale sia la tipologia di genitorialità. Questi aspetti, cioè, riguardano sia le famiglie tradizionali sia le nuove famiglie (monoparentali, affidatarie o adottive, arcobaleno, ricostituite etc).


Prima di proseguire il discorso, facciamo una digressione.

Siamo passati dal definire la genitorialità una “condizione” al definirla un “processo”. Questo non è un passaggio da poco perché il termine “processo” rimanda chiaramente ed esplicitamente a qualcosa di dinamico, di mutevole. Personalmente mi piace molto questa concezione della genitorialità come processo, quindi non come l’acquisizione, tout court, di un ruolo. Innanzitutto, perché credo che diventare genitore significhi avviare una trasformazione che continuerà per tutta la vita e che si modificherà, e in qualche modo si adatterà, in base, appunto, agli eventi della vita. E in secondo luogo perché i modi in cui pensiamo ed esercitiamo la nostra funzione genitoriale cambiano man mano che il figlio cresce, si modellano in funzione della sua fase d’età, delle varie tappe dello sviluppo.


Ora, in sostanza, fin qui abbiamo visto che la genitorialità riguarda, da un lato, la costruzione di una relazione con il figlio e, dall’altro, la ridefinizione della propria identità personale e del proprio mondo relazionale.

Soffermiamoci sul primo elemento. La relazione tra genitore e figlio è, per un tempo piuttosto lungo, una relazione di dipendenza tra il bambino, poi adolescente, e l’adulto che si prende cura di lui e che lo supporta nella sua crescita. Questa dipendenza implica, strutturalmente, uno squilibrio, una disparità, che si traduce in una grande responsabilità da parte del genitore, anche dal punto di vista giuridico. Negli ultimi decenni, non solo in Italia, la genitorialità è diventata oggetto di normative che regolano i diritti e i doveri dei genitori, secondo il principio del cosiddetto “superiore interesse dei minori”.

Il rinnovamento dell’apparato legislativo in qualche modo rispecchia le trasformazioni sociali e culturali – per esempio l’esistenza di varie tipologie di famiglie e anche una maggiore instabilità dei nuclei familiari, ma anche un cambiamento dei modelli pedagogici, e cioè il passaggio dall’idea che si debbano controllare i sentimenti, o quanto meno la loro espressione, all’idea che sia importante che i genitori sostengano, nei figli, lo sviluppo della competenza emotiva.

Personalmente, l'aspetto che mi sembra più interessante è che i figli diventano titolari di uno status particolare, per cui vengono loro riconosciute – giuridicamente! – alcune esigenze peculiari, e in particolare il bisogno di ricevere prestazioni affettive da parte dei genitori. Viene affermato che, fin dalla nascita, i figli creano e sviluppano dei forti legami con i loro genitori, i quali quindi sono chiamati a compiti e doveri fondamentali.

Tutto questo si riverbera anche sull’organizzazione dei servizi alla persona, che iniziano a includere anche servizi a sostegno delle famiglie e dei genitori. Per fare un esempio: la legge n. 149/2001 stabilisce che “il minore ha il diritto di crescere ed essere educato nell’ambito della propria famiglia” e che “le istituzioni, nell’ambito delle proprie competenze, devono sostenere i nuclei familiari a rischio, svolgendo opera di sostegno educativo e psicologico, agevolando e preservando i rapporti del minore con la famiglia d’origine”.


Mi fermo qui perché ciò che mi interessa raccontarvi è che la genitorialità, oltre a essere, nella maggioranza dei casi, un fatto biologico, è anche un processo mentale e relazionale, ed è anche una responsabilità stabilita dalla legge.




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