L'adolescenza

Aggiornamento: 15 set 2021

Questo articolo costituisce la trascrizione, più o meno fedele, dell'episodio 6 del mio podcast Nel frattempo



Cos’è l’adolescenza? E, soprattutto, l’adolescenza riguarda davvero solo gli adolescenti?

Oggi parliamo di adolescenza ma senza la pretesa di esaurire l’argomento, che è vastissimo. Ci concentriamo su quattro aspetti: l’etimologia, la distinzione tra preadolescenza e adolescenza, le trasformazioni che avvengono durante questa età, il sistema familiare.


Partiamo dalla parola, dal punto di origine del concetto.

"Adolescenza" deriva dal latino adolescentia, che nell'antica Roma indicava il periodo di vita compreso tra i 15 e i 30 anni. (Numeri interessanti, vero?)

Adolescentia rimanda al verbo adolesco, che significa crescere, svilupparsi. Adolescens (cioè adolescente) è il participio presente del verbo, mentre adultum (cioè adulto) è il participio passato. Quindi, potremmo tradurre adolescens con “colui che si sta sviluppando” e adultum con “colui che ha raggiunto il pieno sviluppo”. Come se l’adolescenza corrispondesse a un’azione in corso e l’età adulta a un fatto compiuto.

Vediamo che l’etimologia ci racconta una connessione tra l'adultità e l'adolescenza, una continuità temporale. Questa idea di continuità è qualcosa che possiamo trovare anche nelle definizioni di “adolescenza” più recenti. Per esempio: Pietropolli Charmet – per citare uno dei più noti esperti in Italia – definisce l’adolescenza come la fase del ciclo di vita in cui l'individuo acquisisce le competenze e i requisiti per poter assumere le responsabilità di adulto. In generale, comunque, la definizione più diffusa è quella dell’adolescenza come età in cui si verifica la transizione dallo stato di bambino a quello di adulto.


Infatti, è evidente a tutti che l’adolescenza è un periodo di grandi trasformazioni, corporee ma anche psichiche e sociali. Questi grandi cambiamenti sono quindi il modo in cui, pian piano, avviene la transizione verso l'adultità.

E qui mi sembra doverosa una precisazione: la pubertà è qualcosa di diverso dall’adolescenza e va considerata una fase dello sviluppo a sé stante, una tappa specifica. Si parla, infatti, di preadolescenza. Cioè: la pubertà è il processo biologico che riguarda tutti quei cambiamenti ormonali e corporei che determinano l’uscita dall’infanzia, nel senso che si concludono con lo sviluppo delle capacità riproduttive e con il raggiungimento di un aspetto fisico più adulto. La preadolescenza, invece, riguarda tutti i cambiamenti psicologici, relazionali e sociali che sono correlati alle trasformazioni fisiche. Quindi la preadolescenza è una sorta di sostrato della pubertà, un suo corrispettivo psichico.

La preadolescenza inizia intorno ai 10/11 anni, mentre l’adolescenza inizia a 14.

Tradizionalmente, i 18 anni costituiscono il termine dell’adolescenza, ma attualmente non c’è più accordo su questo punto, in quanto c’è chi ritiene che il periodo adolescenziale andrebbe “allungato” fino ai 21 anni e chi, addirittura, sostiene che dovremmo parlare di adolescenza fino ai 24 anni. Queste proposte non nascono solo dai cambiamenti socio-culturali, che tendono a protrarre sempre di più il raggiungimento dell’indipendenza da parte dei ragazzi e delle ragazze, ma anche da un dato di fatto biologico: il cervello giunge a maturazione intorno ai 25 anni.


Quando parliamo di adolescenza, la tendenza è quella di pensare allo sviluppo corporeo, agli ormoni, alla sessualità. Questi cambiamenti son ben presenti nell’immaginario comune, al contrario dei cambiamenti riguardanti il cervello, che pure sono molto importanti, ma senz'altro meno noti.

Eppure durante l’adolescenza avviene un’importantissima ristrutturazione cerebrale. Senza entrare troppo nel dettaglio, possiamo dire questo: avvengono una serie di modificazioni che rendono, piano piano, il cervello più semplice e più integrato. Ciò significa che il cervello diventa più capace di adattarsi alle nuove richieste dell’ambiente, di pianificare, di organizzare il comportamento, di gestire le emozioni… e altre meravigliose cose.

Oltre a tutto ciò, si verificano anche altri cambiamenti, che riguardano le competenze cognitive, affettive e sociali, quindi, per esempio il pensiero, le emozioni, la moralità, le relazioni, il rapporto con la famiglia, l’identità.

L’identità sembra proprio essere il tema centrale dell’adolescenza. Nel senso che il compito principale degli adolescenti è quello di ridefinire il senso di sé, di costruire la propria identità.


Questo processo di evoluzione identitaria è collegato al processo di emancipazione dai genitori. I ragazzi e le ragazze si sforzano di separarsi emotivamente e psicologicamente dall’ambiente familiare, proprio anche allo scopo di ridefinire la loro personalità e la loro identità.

La graduale separazione da mamma e papà non avviene in modo lineare e coerente, quindi non dobbiamo aspettarcela così perché, anzi, negli adolescenti c’è una continua oscillazione tra la spinta all’autonomia, da un lato, e il bisogno di protezione, dall'altro.

Quindi la ridefinizione dei rapporti richiede ai genitori di tollerare questa ambivalenza. Ma, in verità, richiede ai genitori un bel po’ di cose! Solo per nominarne alcune: accettare di perdere il potere che hanno avuto durante l’infanzia, elaborare lo smarrimento che provano di fronte ai cambiamenti del figlio, comprendere i suoi nuovi atteggiamenti nei loro confronti, trovare la giusta distanza tra loro e il figlio.

In sintesi, per i genitori si tratta di favorire e sostenere l’indipendenza degli adolescenti, e al contempo di mantenere saldo il legame che hanno costruito con loro, il senso di appartenenza, il senso della storia familiare.

Ecco perché si parla dell’adolescenza come di un’impresa evolutiva congiunta: perché l’adolescenza non riguarda solo il figlio, ma coinvolge tutto il sistema familiare. Insomma: nel processo di emancipazione, anche mamma e papà fanno la loro parte.


Trascrivo qualche riga da un testo, che è un po’ tecnico ma mi sembra dare un’ottima descrizione del processo di separazione: “Anche i genitori sono chiamati a rinunciare, con meno compensi dei figli, al loro prodotto-figlio: devono poter disinvestire da esso come oggetto proprio, e poter reinvestire in esso come oggetto altro da sé, e il figlio deve fare lo stesso con i genitori. Inoltre, i genitori devono tollerare la mescolanza tra tendenze regressive e progressive. Devono accettare il proprio invecchiamento e il ritorno alla dimensione di coppia, e affrontare la crisi di mezza età. I figli devono svolgere un lavoro emancipatorio tendente all’acquisizione della responsabilità emotiva-affettiva-ideativa sulle proprie azioni. Per i figli si tratta anche di accettare la propria sessualità, prima in fantasia e poi con partners potenziali. In questa fase accentuano anche il proprio comportamento esplorativo, che può essere favorito oppure ostacolato dai genitori. È importane che possano contare sempre sulla sicurezza di poter tornare dentro la protezione familiare e non vivano il proprio allontanamento come tradimento ma come risorsa. È anche importante che gli adolescenti possano usare la propria fisiologica tendenza all’azione senza che i genitori si spaventino o li ridicolizzino; che sia accettata l’esistenza di un loro spazio interno del tutto privato, non vissuto dai genitori come antagonistico allo spazio condiviso”.

Questa citazione mette in luce quanto sia fondamentale la disponibilità di mamma e papà ad accettare il cambiamento del figlio adolescente. Credo che questa disponibilità si riesca più facilmente a metterla in campo quando si comprende che il processo di emancipazione non avviene contro la famiglia, ma dentro la famiglia.


Voglio dire ancora una cosa: in contrasto con la tesi tradizionale, con quella che è stata definita la visione romantica dell'adolescenza, le ricerche recenti (dagli anni 80 in poi) ci mostrano che, per separarsi dai genitori, gli adolescenti non hanno bisogno di una rottura, di un rigetto del legame. E anche che i conflitti accesi non sono la norma.

I risultati di queste ricerche ci forniscono un panorama secondo il quale durante la preadolescenza l’atmosfera familiare è pervasa da una continua micro-conflittualità, mentre dopo, gli scontri diventano più intensi però meno frequenti. Per altro, la maggioranza degli adolescenti nutre sentimenti positivi verso i genitori e continua ad avere valori simili ai loro. Questi dati ci forniscono in qualche modo la prova che ciò che accade in famiglia durante l’adolescenza è che si rinegoziano i ruoli e le funzioni di ognuno, si ridefinisce la posizione che ciascuno occupa rispetto agli altri.

Spero, con questo, di rassicurarvi un po'.


Mi permetto di aggiungere una riflessione personale.

Credo che gli adulti – non solo i genitori, ma tutti gli adulti – dovrebbero sentirsi ingaggiati dall’adolescenza tanto quanto dall’infanzia.

Innanzitutto perché i ragazzi e le ragazze sono ancora individui in crescita, che si stanno formando. Pertanto, dovrebbe essere nostro compito accompagnarli nel loro sviluppo e sostenerli nella loro fioritura, proprio come facciamo con i bambini, anche se ovviamente in modo diverso.

Poi perché gli adolescenti di oggi sono gli adulti di domani, quindi sarebbe importante che riflettessimo, ognuno di noi, sul tipo di esempio che offriamo, sul modello di adultità che rappresentiamo.

E infine perché l’adolescenza è l’età che più di ogni altra è specchio della contemporaneità, della società del tempo. Perciò sarebbe utile guardare i ragazzi e le ragazze anche secondo un’ottica più sociologica, per farci un’idea del mondo che stiamo costruendo e lasciando in eredità.




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