L'educatore come guida alpina

Aggiornato il: feb 21

Guida alpina e cliente camminano insieme, procedono in cordata.

Il cliente sceglie la sua montagna, decide la cima da raggiungere. La guida ha conoscenze, materiali e strumenti che mette a disposizione. Accompagna il cliente, non può trascinarlo né costringerlo. Ognuno porta il suo zaino sulle spalle, ognuno muove i suoi passi. La guida può cercare di dettare un certo ritmo, ma per lo più si adatta al passo del cliente. Procede davanti nei passaggi più esposti e più tecnici, resta per lo più dietro durante le discese, spesso cammina di fianco nei tratti più piacevoli.


Cosa ci permette di riconoscere una "buona" guida alpina? Il suo sapere e le sue competenze, la sua esperienza, la sua consapevolezza del mestiere. Ma anche la capacità di orientarsi, la flessibilità di fronte agli imprevisti, la creatività, la tolleranza del fallimento, l'adattamento al cliente.

Una "buona" guida alpina è quella che sa guardare all'incertezza.


Questa è la mia personale metafora del mestiere dell'educatore.

Educatore ed educando camminano insieme, fanno insieme un percorso. Un percorso che probabilmente non sarà lineare e tutto in salita, ma che anzi avrà arresti e ripartenze, forse anche arretramenti, pause per riprendere fiato, momenti critici.

L'educatore, in quanto professionista dell'aiuto ed esperto dell'aver cura, accompagna chi si è affidato a lui, adattandosi al suo ritmo e ponendosi talvolta accanto, talvolta davanti, talvolta dietro. Mettendo a disposizione dell'educando la sua professionalità ma sempre lasciandogli il carico del proprio zaino e la responsabilità dei propri passi.


L'educatore è un professionista dell'incertezza.

L'incertezza deriva sia dall'apertura sia dalla varietà. Il primo aspetto, l'apertura, dipende dal fatto di inserirsi, per un breve tratto, nel percorso di vita dell'educando - e ogni vita non è mai stabilita a priori, ma sempre cangiante, imprevedibile, misteriosa. Il secondo aspetto, la varietà, dipende dal fatto di rapportarsi ogni volta con la specificità e l'unicità di quella persona: ogni educando è diverso da tutti gli altri.

In sintesi: il lavoro dell'educatore è un lavoro relazionale e proprio per questo è soggetto all'incertezza, che deriva sia dalla contingenza (delle situazioni di vita) sia dalla varietà (degli esseri umani).


In un suo libro, Sergio Tramma parla de "la convivenza tra tutte le "certezze" che derivano da una disciplina, da una metodologia verificata e consolidata, con tutte le "incertezze" che nascono quando lo sguardo dell'operatore si posa sull'utente, o meglio incontra e interagisce con quello dell'utente".

Noi educatori possiamo studiare, continuare a formarci, fare esperienza e divenire sempre più preparati, competenti ed esperti. Ma siamo "buoni" educatori solo se, davanti a ogni nuovo cliente, riconosciamo di non poter essere certi di nulla. Ovvero accettiamo che ciò che ha già funzionato con altri potrebbe non funzionare in questo caso. E occorre allora scoprire cosa fare con quella specifica persona, in quella data situazione, considerati certi vincoli.

Tocca ogni volta, con ogni educando, riprovare, reinventare, reimpare.



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