L'educazione della montagna

Aggiornato il: feb 21

"(...) finché mi muovo, semplicemente vado, faccio. Sono lì, esisto e basta, ho soltanto la mia vita – che in fondo è poi sempre tutto quello che ho. Sono lì, in quel pezzo alto di mondo – vasto e maestoso e candido – che è lì, che non fa nient’altro che esserci, come me, come noi."

Ho scritto queste righe qualche anno fa, sul blog di un amico, per raccontare della mia ascensione sul Polluce insieme a Stefano, la "mia" guida alpina. Per raccontare, più in generale, una cosa ovvia, eppure niente affatto banale, dell'andare in montagna: si sale, si sale, si sale... e poi si scende, si scende, si scende. E salire e poi scendere è tutto ciò che si fa, tutto ciò che si sente, tutto ciò che conta in quel momento, in quella situazione in cui esistono solo le gambe e la schiena, il suono dei passi e del respiro, le forme e i colori del paesaggio intorno, il cielo, la pace, la gioia di essere vivi, il mistero...



La montagna fa questo: ci mette nella condizione di essere cose minuscole in una immensità grandiosa e bellissima.

Per avermi spesso messa nella condizione di sperimentare la mia piccolezza e la mia finitudine, la montagna è stata parte della mia educazione.

Le mie amate Alpi mi hanno formata, istruita, educata - definendo il mio sguardo sul mondo, influenzando il mio stile di vita, fornendomi anche strumenti per fare il lavoro che mi sono scelta.

Andando per monti, da bambina ho imparato lo stupore, la gioia della fatica, l'entusiasmo della scoperta, la fiducia, il silenzio. Crescendo, ho poi imparato anche il rischio, l'autosufficienza e a far stare nello zaino l'essenziale, la gratitudine, la libertà.


In montagna ci si spoglia. Basta salire e scendere, non rimane nulla da fare o da dire. Non servono ruoli, appartenenze, cose. Non servono nemmeno opinioni, identità, attaccamenti.

Ci si spoglia, ci si libera. Si esiste, si vive.



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