La teoria dell'attaccamento

Aggiornamento: 21 ott


Questo articolo costituisce la trascrizione, un po' rivisitata ma comunque fedele, dell'episodio 13 del mio podcast Nel frattempo.



Cos’è la teoria dell’attaccamento? C’entra qualcosa con l’educazione positiva?

Dopo la teoria polivagale, vediamo un altro elemento fondamentale della mia cornice teorica di riferimento: la teoria dell'attaccamento.


Iniziamo con un po' di storia.

La teoria dell’attaccamento è stata elaborata da John Bowlby, integrando psicoanalisi, biologia evoluzionista ed etologia (quest’ultima usata in senso comparativo).

Non si tratta, però, di semplici speculazioni teoriche, perché le idee di Bowlby si appoggiano a una serie di ricerche sull’attaccamento, la separazione e la perdita. Queste sue ricerche pionieristiche hanno poi condotto a un ampio filone di studi longitudinali sullo sviluppo socio-emotivo, sulla base dei quali la teoria dell’attaccamento è stata via via sviluppata e aggiornata. Infatti, in virtù di questo enorme bagaglio sperimentale, oggi diciamo scienza dell’attaccamento, non più teoria.

L'idea di partenza di Bowlby è che la qualità dello sviluppo delle persone dipende dal legame con la figura materna. A suo parere, cioè, l’attaccamento ha un ruolo centrale nella vita degli esseri umani, dalla nascita alla morte.


Ma cos’è l’attaccamento?

Vediamo la definizione che ne dà Bowlby: “dire che un bambino è attaccato a, o dire che ha un attaccamento con, equivale a dire che egli è fortemente predisposto a ricercare la vicinanza e il contatto con una specifica figura di attaccamento e che fa ciò in particolari situazioni, più specificamente quando si sente angosciato, spaventato, stanco o malato”.

Da queste poche righe, capiamo già tre cose importanti sull’attaccamento: 1. promuove la vicinanza protettiva di una persona, nelle situazioni di vulnerabilità; 2. è un legame specifico, che riguarda solo relazioni affettivamente significative; 3. è adattivo e quindi biologicamente determinato e finalizzato alla sopravvivenza.

Compreso ciò, possiamo approfondire il concetto e darne una definizione più tecnica. L’attaccamento è uno dei sistemi motivazionali interpersonali, ovvero un sistema innato di comportamenti sociali con uno scopo adattivo ben preciso, che è quello di ricercare, e ottenere, la vicinanza di un’altra persona per ricevere protezione e conforto. Gli stimoli che attivano questo sistema possono essere eventi critici, situazioni di pericolo, dolore fisico, e solitudine – quindi tutti quei casi in cui ci si percepisce vulnerabili.

(Gli altri sistemi motivazionali interpersonali sono: di accudimento, agonistico, sessuale e di cooperazione.)


A questo punto, sappiamo che l’attaccamento costituisce una motivazione innata e universale. Tuttavia, al contempo, l'attaccamento si attiva e si organizza in maniera del tutto personale, cioè si esprime in modo diverso e specifico per ogni individuo.

Per comprendere questo punto, dobbiamo fare riferimento al concetto di modello operativo interno (MOI). Leggiamo di nuovo un passaggio di Bowlby: “(…)verso la fine del primo anno, la madre e il bambino si sono talmente adattati alle reciproche reazioni che ne è nata una modalità d’interazione altamente caratteristica. Ogni partner si aspetta che l’altro si comporti in un certo modo e di solito non può evitare di suscitare nell’altro il comportamento che si aspetta.”

Da queste parole, possiamo dedurre che avviene un processo di mappatura della storia delle interazioni genitore-figlio, che individua le configurazioni caratteristiche e che genera delle aspettative e, quindi, dei comportamenti automatici.

In altre parole: la mente del bambino, o bambina, estrae, tra tutte le strategie comportamentali, quelle che hanno prodotto certe risposte. Queste strategie, che in un primo momento sono intenzionali e consapevoli, vengono via via consolidate fino a diventare dei modi automatici di rapportarsi – inizialmente al genitore, ma poi anche alle altre persone significative.

Quindi, il MOI è un insieme di rappresentazioni mentali che si formano attraverso un processo di selezione, mappatura e codifica delle esperienze nelle relazioni con le figure di attaccamento e che vanno a costituire un sistema di aspettative.

Come ha spiegato Bowlby, già nel primo anno di vita bambini e bambine iniziano a organizzare la loro esperienza socio-emotiva e a crearsi delle aspettative. Se le aspettative sono positive, metteranno in atto strategie attive per ricercare la vicinanza e il conforto del genitore. Se invece le aspettative non sono positive, allora adotteranno strategie di disattivazione emotiva o, al contrario, di iperattivazione, allo scopo di preservare il legame.


Per capire meglio quest’ultimo punto, facciamo un passo indietro e parliamo di Ainsworth.

Alla fine degli anni Settanta del 900, Mary Ainsworth ha inaugurato lo studio delle differenze individuali nell’attaccamento.

In che modo? Definendo una procedura osservativa sperimentale – che chiama Strange Situation – per bambini di età compresa tra un anno e un anno e mezzo e le loro madri.

Lo script della Strange Situation prevede 8 fasi, ognuna di 3 minuti:

1. madre e bambino/bambina vengono accompagnati in una stanza;

2. qui vengono lasciati soli e il bambino è libero di esplorare l’ambiente;

3. entra una persona estranea, si siede, parla con la madre e si mette a giocare con il bambino;

4. la madre esce dalla stanza e il bambino rimane solo con l’adulto estraneo;

5. la madre torna e si mette a sedere, mentre l’altra persona esce;

6. di nuovo la madre esce e questa volta il bambino rimane solo;

7. la persona estranea rientra e, se necessario, cerca di consolare il bambino, dopo di che si siede;

8. infine, la madre ritorna (mentre l’estraneo esce), consola il suo bambino e si risiede.

La procedura si basa sull’idea che trovarsi soli con una persona sconosciuta costituisce uno stimolo che attiva il sistema dell’attaccamento e quindi può consentire di osservare le strategie di comportamento e di regolazione emotiva che vengono messe in atto.

Gli indicatori osservati nei bambini sono molteplici, ma, in generale, fanno riferimento a tre aspetti: la capacità di esplorazione e di gioco all’ingresso nella stanza, la risposta alla separazione dalla madre, la risposta al ricongiungimento. Questi indicatori permettono di classificare l’attaccamento come sicuro, evitante, ambivalente o disorganizzato.


In seguito, sono state sviluppate altre due procedure che identificano lo stile di attaccamento rispettivamente in età prescolare e scolare e in età adulta.

Inoltre, nei decenni successivi è anche stata riconosciuta l’importanza del legame di attaccamento con il padre, che è quindi diventato oggetto di studio. Ma, più in generale, l’orizzonte di osservazione si è esteso a tutte le persone affettivamente significative, sia all’interno dell’ambiente familiare sia all’esterno. Si è passati, cioè, da un approccio che considerava solo la relazione primaria di attaccamento a un approccio che considera attaccamenti multipli, che si sviluppano in contesti diversi e nelle varie fasi dello sviluppo.


E adesso?

Negli ultimi 30/40 anni sono stati svolti molti studi, sempre più rigorosi, sull’attaccamento, finalizzati in particolare a esplorare l’influenza della relazione genitore-figlio sullo sviluppo.

Integrando questi studi con le scoperte della neurobiologia interpersonale e con la sempre maggiore comprensione del rapporto tra approcci educativi e funzionamento cerebrale, Daniel Siegel ha sviluppato il concetto di stile genitoriale autorevole, cioè lo stile genitoriale che consente di costruire un attaccamento sicuro e quindi di favorire uno sviluppo ottimale – che poi è il tipo di genitorialità cui si fa riferimento nell’ambito dell’educazione positiva.

Per spiegare in maniera sintetica ed efficace le caratteristiche di questo stile genitoriale, Siegel parla di poker dell’attaccamento. Scrive: “Il bambino che possa contare su una persona che si prende cura di lui in modo affidabile (senza dover arrivare alla perfezione) conoscerà uno sviluppo dagli esiti di gran lunga migliori, persino in presenza di difficoltà significative. Un accudimento affidabile che promuova una relazione sana e fortificante comprende quello che possiamo chiamare il poker dell’attaccamento (…)”.

Il poker dell’attaccamento consiste, da parte del genitore, nell’aiutare il figlio a sentirsi: 1. protetto (cioè al sicuro, al riparo); 2. compreso (cioè degno di attenzione e fiducia); 3. confortato (cioè accolto in caso di malessere); 4. sicuro (cioè a suo agio nel mondo, in grado di far fronte alle situazioni).


Per approfondire questi ultimi concetti, vale a dire le acquisizioni più recenti della scienza dell’attaccamento, potete scaricare il freebie sulla genitorialità positiva, messo a disposizione nella sezione "In regalo" del sito.



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