Quale specificità? Riflessioni sull'identità professionale dell'educatore

Aggiornamento: 28 ott

In queste settimane è in corso un grande dibattito sulla carenza di personale educativo.

Questa problematica sta venendo per lo più affrontata dal vertice delle condizioni di lavoro. Vorrei, qui, provare a guardarla da un’altra prospettiva, quella dell’identità professionale.


Per ampliare almeno un po’ il mio osservatorio, scongiurando il rischio di una visione troppo limitata e parziale, nei giorni scorsi ho cercato di raccogliere le voci di colleghe e colleghi attraverso un questionario.

Sebbene queste voci non possano essere rappresentative della situazione generale della categoria professionale in Italia, i dati raccolti mi hanno di certo consentito di avere una panoramica più ampia di quella che mi offre il mio lavoro quotidiano.

Poiché ho già passato in rassegna i risultati del questionario in un apposito report, qui mi limito a una brevissima sintesi, per provare poi a fare alcune considerazioni.


In generale, emergono:

  • una buona consapevolezza del ruolo (compiti e obiettivi sono chiari, così come sono chiare le differenze tra le proprie funzioni e quelle di altri professionisti dell'équipe e/o della rete);

  • largo accordo su quali siano le competenze specifiche del mestiere (per lo più individuate tra quelle relazionali e organizzative);

  • congruenza rispetto al senso della professione (il fine ultimo viene per lo più identificato nell’autonomia, nel benessere e nell’empowerment dell’utenza);

  • confusione su strumenti e tecniche (per lo più ricondotti alle capacità e talvolta "scambiati" con il metodo).

Chiariamo l'ultimo punto.

Il metodo è il procedimento che seguiamo nel perseguire un fine e che applichiamo secondo una struttura prestabilita. Sono metodi l'estensione della CP, l'ABA, la Co.Ge.

Le tecniche sono insiemi (o sequenze) di attività pratiche che svolgiamo in una certa situazione. Per esempio, la mindfulness, gli esercizi teatrali e l'epoché sono tecniche. Così come, per fare un esempio diverso, riformulazione semplice, riepilogo e rispecchiamento sono tre tecniche dell'ascolto attivo.

Gli strumenti sono ciò che utilizziamo per compiere un'operazione o per svolgere un'attività. Tra i "nostri" strumenti ci sono, per fare qualche esempio, PEI, diario di bordo, albi illustrati, genogramma, alcuni test. Può avere senso, certamente, annoverare tra gli strumenti del mestiere anche le competenze - così come, del resto, pure conoscenze, abilità e attitudini, valori.

La questione, tuttavia, è un’altra.


Davanti al quadro dei risultati dei questionari, viene da chiedersi: dove risiede, quindi, la nostra specificità professionale? Se il fine ultimo perseguito (autonomia e/o benessere) è lo stesso di altre professioni; se le competenze specifiche (empatia, osservazione, ascolto attivo, progettazione, problem solving) sono ben altro che distintive e caratterizzanti; se strumenti e tecniche utilizzati (ascolto attivo, colloqui, osservazione, progettazione) per lo più coincidono con capacità o competenze... allora cosa definisce la nostra identità professionale?



La domanda è importante, vitale.

In un suo testo recente, Igor Salomone pone la questione utilizzando la metafora di un'emergenza ponti in un contesto in cui scarseggiano gli ingegneri. Scrive: "Il punto è che in un mondo nel quale tutti pensano che i ponti li può costruire chiunque, se gli ingegneri ancora interessati a farlo non sono in grado di dire ciò che solo loro possono fare e gli altri non sono in grado, alla fine tutti faranno tutto, e speriamo che qualche ponte resti in piedi dopo l’inaugurazione."

Individuare qual è la specificità della nostra professione (cosa facciamo di unico, o in quale particolare modo, o secondo quale peculiare scopo) per poi poterla affermare con sicurezza. Mi pare sia questa la sfida che la nostra categoria è chiamata ad affrontare. Per definirsi, valorizzarsi, vedersi riconosciuta... e non estinguersi.


Che la questione identitaria sia una questione (ancora) aperta dipende da tanti fattori. Non da ultimo il fatto che sia nuova.

La domanda sulla specificità, cioè, è una domanda che si pone adesso, nel contesto dell'attuale paradigma del lavoro. Lo spiega bene Christian Sarno in un suo articolo per Animazione Sociale, dove scrive che siamo passati da un approccio socio-politico a un approccio tecnico-scientifico.

Io stessa, dodici anni fa, sceglievo di fare questo lavoro mossa da un profondo sentimento di giustizia sociale. E come me, molti colleghi e colleghe coetanei.

Mentre adesso la valenza sociale e politica della professione si è persa. Il mondo, intanto, è cambiato e le nostre istanze si sono fatte molto diverse.


Eppure, a ben guardare, l'emergenza ponti, la carenza di personale educativo, è una problematica ampia, non soltanto nostra, ma della società tutta. Riguarda il welfare - tanto quanto la carenza di personale medico.

Per questo, credo che la questione dell'identità professionale vada affrontata recuperando la vocazione politica della professione. Occorre definire la specificità della nostra pratica lavorativa quotidiana anche alla luce della scena sulla quale operiamo e, quindi, dell'impatto che abbiamo.

"Abbiamo bisogno, oggi ancora di più, che il piano etico-valoriale e quello di tecnico-sostenibilità si incontrino, anche nell’ottica della valorizzazione del lavoro educativo e dello sguardo pedagogico come lente in grado di trasformarsi e quindi di trasformare." (Sarno)



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